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Educare alla libertà
NotizieEducare alla libertà: crescere bambine e bambini oltre gli stereotipi di genere
Ci troviamo a scrivere questo articolo pochi giorni dopo l’8 marzo. È una data che ogni anno ci fa fermare a riflettere, soprattutto perché siamo un’associazione composta in gran parte da donne e lavoriamo ogni giorno accanto a coppie che stanno aspettando o hanno appena accolto una bambina o un bambino.
Proprio in questo periodo, in cui si parla tanto di Giornata internazionale della donna (spesso ancora chiamata “festa della donna”), ci ritroviamo a confrontarci su quanta strada ci sia ancora da fare. Ne parliamo insieme, ci scambiamo idee, perché sappiamo che il nostro ruolo accanto alle famiglie è prezioso anche per aiutarle a mettere in discussione, passo dopo passo, gli stereotipi di genere.
Perché la verità è che ogni giorno, in ogni famiglia, succedono piccole cose che contano tantissimo. Le parole che usiamo, i giochi che proponiamo, le aspettative che – anche senza accorgercene – trasmettiamo: tutto lascia un segno. Ecco perché educare senza stereotipi non è qualcosa di teorico o “ideologico”, ma un gesto concreto di cura.
Ma cosa sono, in fondo, questi stereotipi di genere? Sono quelle idee un po’ rigide che associano certi comportamenti al fatto di essere maschi o femmine: le bambine “dolci e tranquille”, i bambini “forti e coraggiosi”, le une portate per la cura, gli altri per l’azione. Il problema è che queste etichette, anche quando non lo facciamo apposta, finiscono per limitare i bambini. Un bambino che trattiene le emozioni perché “non da maschio”, o una bambina che rinuncia a qualcosa che le piace perché “non da femmina”, stanno già rinunciando a un pezzo di libertà.
Educare alla libertà di essere, allora, significa prima di tutto osservare e ascoltare davvero. Ogni bambina e ogni bambino è diverso, con interessi, sensibilità e desideri propri. Il nostro compito non è incasellarli, ma accompagnarli. Possiamo farlo offrendo tante possibilità diverse – giochi, libri, esperienze – senza etichettarle. Una cucina giocattolo non serve solo a “fare la mamma”, ma insegna a prendersi cura; un cantiere non serve solo a “fare l’uomo”, ma a costruire, immaginare, creare.
Un altro aspetto fondamentale riguarda le emozioni. Prendersi cura dei bambini significa anche aiutarli a riconoscerle e a esprimerle. E questo vale soprattutto per i maschi, a cui troppo spesso viene insegnato – più o meno esplicitamente – a non mostrare fragilità, tristezza o paura. Invece, imparare a dare un nome a ciò che si prova li aiuta a diventare adulti più consapevoli, empatici e rispettosi. È anche un passaggio importante per prevenire comportamenti aggressivi e relazioni poco sane.
In questo senso, un’educazione femminista non riguarda solo le bambine, ma forse ancora di più i bambini. Significa trasmettere valori come l’uguaglianza, il rispetto e la libertà di essere sé stessi. Per le bambine è fondamentale crescere sapendo di avere diritto a spazio, voce e ambizione. Per i bambini, invece, è importante capire che non devono aderire a un unico modello di mascolinità: possono essere gentili, sensibili, collaborativi, senza perdere nulla di ciò che sono.
E poi c’è un punto che spesso dimentichiamo: l’esempio. I bambini osservano tutto. Se vedono adulti che si dividono le responsabilità, che si parlano con rispetto, che mettono in discussione i ruoli tradizionali, impareranno che tutto questo è normale e possibile. In fondo, ciò che facciamo conta molto più di ciò che diciamo.
Liberare i bambini e le bambine dagli stereotipi significa, in definitiva, fare loro un regalo enorme: la possibilità di scoprire davvero chi sono. Non si tratta di negare le differenze, ma di non trasformarle in limiti. Ogni persona è molto più ricca e complessa di qualsiasi etichetta.
Educare alla libertà è una grande responsabilità, ma anche una straordinaria opportunità. Vuol dire contribuire a crescere persone più sicure, relazioni più sane e, nel tempo, una società più giusta. E tutto questo parte da lì: da come guardiamo e accompagniamo i nostri bambini, ogni giorno.
C’È ANCHE IL PAPÀ!
Notizie“Il ragno (…) sceglie due punti ben precisi dove vuole installarsi
e ad essi collega i due fili portanti della sua tela.
Poi, secondo impeccabili leggi matematiche
e geometriche, tesse la sua rete perfetta (…).
Analogamente il bambino (…) ha bisogno
di due punti di riferimento a cui sostenersi,
attorno ai quali tessere la sua tela di relazioni
del farsi persona: del padre come della madre”.
(F. Baldassarre, C’è anche il papà)
“Ma io, in sala parto, cosa dovrò fare?”
é questa una di quelle domande che prima o poi, in modo più o meno esplicito, ci sentiamo
rivolgere dai futuri papà che incontriamo nei percorsi di accompagnamento alla nascita. Ed è
una domanda preziosa, che apre a tantissime riflessioni.
D’altronde, se dal lato femminile si parla abbastanza dei cambiamenti che avvengono in una
donna alle prese con la gravidanza e la maternità, specialmente per la prima, siano questi di
tipo fisico, emotivo o puramente riorganizzativo della vita di sempre, per contro non si parla
più di tanto di cosa accada invece all’uomo che diventa papà.
Sino a pochi anni fa, i libri di preparazione al parto, alla nascita e alle prime fasi dello
sviluppo infantile si rivolgevano quasi esclusivamente alle donne. Gli uomini erano
ignorati. Ma oggi sono molti gli uomini che sentono invece l’esigenza di essere padri migliori
e più completi e che avvertono la necessità di non ricalcare i modelli di
paternità del passato, proprio quelli a cui si sono ispirati i loro stessi padri.
E allora possiamo dirci che quella del papà è una figura in trasformazione, in bilico tra
rinnovamento e tradizione, e a cui, solo in parte, viene riconosciuta dallo Stato una maggiore
importanza attraverso provvedimenti come il congedo parentale.
Oggi più che mai, comunque, diventare padre rappresenta un cambiamento radicale nella
vita di un uomo e crediamo sia sempre più importante dare spazio e tempo a tutto questo,
superando clichè e stereotipi.
Da sempre, ad esempio, presso la nostra associazione accogliamo con gioia nei percorsi di
accompagnamento alla nascita non solo le future mamme ma anche i futuri papà.
E incontriamo uomini che pongono interesse a ciò che sta succedendo a loro e alla
compagna, partecipando attivamente e mettendosi in gioco nel desiderio di esserci e di
lasciarsi trasformare da un’esperienza così nuova e ricca di emozioni.
Nel corso della gravidanza il papà ha l’opportunità di vivere il tempo dell’attesa per prendere
confidenza con l’idea di diventare padre, per accrescere cura, protezione e responsabilità in
risposta ai cambiamenti del corpo della compagna, per vivere la curiosità e a volte la
preoccupazione. Sono molte le domande che possono sorgere in questa fase nei futuri
papà, sulla persona che sta per nascere, su sé stessi e sul loro nuovo ruolo.
All’inizio della gravidanza, i futuri papà cominciano a prendere confidenza con l’idea di
diventare padri e si arricchiscono le percezioni circa questa nuova identità. Nel secondo
trimestre invece appaiono evidenti i cambiamenti nel corpo della compagna ai quali tanti
papà rispondono con un crescere di cura, protezione e responsabilità. L’immagine della
persona che sta per nascere intanto diventa sempre più “solida”, nella testa e nel corpo
attraverso le ecografie e i primi calcetti alla pancia, e questo muove emozioni sempre più
nitide. L’ultimo trimestre, invece, tante volte è caratterizzato dall’attesa e dalla curiosità, ma
anche dalla preoccupazione: sono molte infatti le domande che possono sorgere in questa
fase nei futuri papà, sul nascituro, su sé stessi e sul loro nuovo ruolo.
La nascita è un evento dirompente, carico di emozioni e novità. Oggi fortunatamente i papà
sono sempre più attivi e informati rispetto al passato, vogliono essere coinvolti e desiderano
partecipare pienamente alla nascita dei figli. La presenza del papà in sala parto, se desiderio
di entrambi, è preziosa e utile. Mentre la mamma può lasciarsi andare al fluire del parto,
ascoltando il ritmo del proprio corpo e del bimbo in arrivo e accogliendo con una forza
istintuale le onde del travaglio e le spinte espulsive, il papà resta vigile e affacciato al
contempo verso la compagna (dandole sostegno fisico ed emotivo, trovando parole di
supporto, ricordandole magari alcune pratiche di rilassamento apprese nei percorsi fatti) e
verso il “mondo esterno” affinché il processo non venga disturbato. E quando infine il piccolo
è venuto alla luce, dopo le prime coccole e tenerezze di questa nuova vita a tre, il taglio del
cordone ombelicale, che spesso viene affidato al papà, è un gesto simbolicamente potente:
il papà ha e avrà il compito delicato ma necessario di entrare con garbo e fermezza nel
rapporto a due tra mamma e bambino, per far pian piano scoprire al figlio la bellezza del
mondo “oltre la mamma”.
Durante i nostri percorsi di accompagnamento alla nascita una parte importante viene
dedicata al ruolo del papà ed è in partenza un cerchio tutto dedicato a loro, per dare il giusto
tempo e spazio alla condivisione tra pari di questa trasformazione.
Per informazioni centro@melogranotv.org
Il Natale e la Magia
NotizieIl Natale e la Magia
Si respira aria di Natale, e i bambini e le bambine iniziano a sgranare gli occhi di stupore davanti a questa festa piena di magia: le luci, i doni, le canzoni. E se il periodo delle feste fosse l’occasione, anche per noi adulti, di guardare alle cose che ci accadono con una lente diversa, la lente della magia?
Il pensiero magico è, effettivamente, uno strumento che tutti i bambini utilizzano per modellare la realtà, per non averne paura, per conoscerla e per sentirsi al sicuro di fronte a situazioni nuove. Permette ai più piccoli di dare un senso a eventi che razionalmente sono difficili da comprendere. A livello strettamente psicologico, pensiero magico significa attribuire a tutti gli esseri e oggetti emozioni, volontà e pensieri. Un’anima, insomma. Noi adulti siamo immersi nel pensiero logico-razionale, e a volte perdiamo quello sguardo fiducioso ed entusiasta per ogni piccola cosa della giornata, che invece i nostri bambini possono insegnarci a ritrovare.
Il tempo fa magie. Dedicare del tempo a noi stessi e alla nostra famiglia, in mezzo ai malumori delle settimane lavorative, non è mai facile. Ma è l’essenza: dove manca tempo, manca la capacità di sentire come stiamo, di ascoltare noi stessi e gli altri. Dove manca tempo, i giorni passano tutti uguali e non c’è modo per accorgersi delle piccole bellezze di cui sono costellati, perché sono sfumature troppo delicate per notarle nel ritmo incalzante dei nostri pensieri razionali.
Il cibo fa magie. È nutrimento per noi e per le nostre relazioni. E ancora una volta, ci chiama a prenderci del tempo, a ritagliarci un momento per far lievitare un dolce, per sognare il menù che ci piacerebbe proporre, per immaginare l’apparecchiatura della tavola. Cucinare può essere il gioco degli adulti, a Natale. Un gioco che diventa ancora più bello se condiviso a piu’ mani con le persone a cui si vuole bene.
Il dono fa magie. Scartare i pacchi con la gioia dei bambini, aspettando la sorpresa. E poi ci sono i doni, quelli da scegliere, per le persone che ci stanno a cuore (vicine e lontane). Abbiamo smesso di chiamarli doni, ma sapete che c’è una differenza tra le parole regalo e dono? Il termine regalo deriva dal termine regale, che si riferisce all’offerta al re. Facciamo un regalo alle persone verso le quali vogliamo mostrare riconoscenza per quello che hanno fatto per noi, con cui ci sentiamo in debito e per cui abbiamo una sorta di devozione. La parola dono deriva dal latino donum, che significa dare all’altro. Il dono è un gesto di gratitudine nei confronti del rapporto tra due persone che arricchisce la vita di entrambi.
E quindi, nei prossimi giorni, proviamo ad osservare i bambini e le bambine di fronte alla magia del Natale e lasciamo che il loro sguardo e il loro entusiasmo ci guidino per riuscire ad assaporare in pienezza la meraviglia e il calore di queste feste.
Tanti auguri di buone feste dalle operatrici de Il Melograno di Treviso!